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Parallelismi: cento anni dopo l’Influenza Spagnola…

Il prof. Antonio Bondioli ha «ripercorso» la diffusione dell’epidemia

BORGOSESIA –  La storia che si ripete: un secolo fa, il Corriere Valsesiano raccontava l’epidemia di Influenza Spagnola. Il prof. Antonio Bondioli, anche attraverso le pagine del nostro giornale, ha «ripercorso» la diffusione dell’epidemia e le conseguenze che essa ebbe nella nostra valle
Il Covid 19, che attualmente è diffuso in tutti i continenti, richiama alla mente un analogo e peggiore, per gli strumenti dell’epoca, flagello, che circa 100 anni fa colpì la popolazione mondiale: l’Influenza Spagnola.
Il prof. Antonio Bondioli, varallese, da sempre affezionato lettore del nostro giornale, visto l’evidente parallelismo, sotto certi aspetti, con il coronavirus di adesso, ha pensato di svolgere, attingendo ampiamente agli annuari del Valsesiano, una ricerca, un approfondimento di quanto accadde anche qui da noi negli anni 1918/1920.
Ci affidiamo allora a quanto il prof. Bondioli, documentandosi sul Valsesiano di allora, ha scritto: facciamo un «viaggio» a ritroso nel tempo…
Dai primi mesi del 1918 ai primi del 1920, la Spagnola fece un numero di vittime che si stima essere maggiore dei caduti della Grande Guerra, compreso tra i 20 e i 50 milioni. I primi casi, con un decorso piuttosto mite, si verificarono nel marzo 1918 negli Stati Uniti, in un centro militare del Kansas dove si ammalò un migliaio di soldati; i medici pensarono che quella che avevano davanti fosse una normale forma di influenza virale; oggi sappiamo però che il responsabile della Spagnola era un virus siglato H1N1 che i ricercatori americani hanno recentemente ricostruito ricavandolo dai corpi di alcuni inuit morti di spagnola in Alaska e perfettamente conservati nel permafrost.
Dagli Stati Uniti, il morbo si diffuse in Europa con l’entrata in guerra delle truppe americane a fianco dei soldati tedeschi (aprile 1917); nel Vecchio Continente la Spagnola si rivelò essere molto più aggressiva, forse per una mutazione del suo virus. Dalla Francia l’epidemia passò alla confinante Spagna, unico paese europeo non belligerante, in cui non vigeva la censura militare. I soli giornali spagnoli scrivevano senza remore sui danni provocati da questa grave influenza e così l’influenza fu battezzata come Spagnola e non come Americana.
La Spagnola che colpì duramente tutta l’Italia facendo tra le 300mila e le 600mila vittime, nei primi mesi del 1918 giunse anche in Valsesia. I giornali locali, Corriere Valsesiano e Monterosa, parlarono dell’epidemia con le limitazioni imposte dalla censura attribuendo i decessi causati dal virus a una grave forma di «polmonite fulminante» e solo alla fine de 1918, terminato il conflitto, per loro si usò il termine «Spagnola». Grazie alla consultazione di questi giornali, usciti tra la seconda metà del 1918 e i primi mesi del 1920, si è potuto stimare che furono 229 i morti a causa di questa epidemia, relativi a una popolazione che contava allora circa 38mila abitanti. Questo numero di decessi è di certo approssimato per difetto in quanto ricavato da notizie pubblicate sui giornali solo per una parte delle vittime del morbo. In Valsesia il picco dei contagi si ebbe nel periodo compreso tra settembre del 1918 e febbraio del 1919, poi diminuirono senza mai cessare del tutto fino ai primi mesi del 1920 in cui si ebbe una seconda modesta crescita, peraltro in una forma meno grave. Da sottolineare il numero di 47 militari morti per Spagnola sui fronti di guerra o dopo il loro ritorno a casa per essere curati negli ospedali militari di Varallo e Borgosesia. E’ un numero piuttosto elevato, se riferito al totale dei decessi, che si spiega con le cattive condizioni igieniche dei luoghi in cui vivevano i soldati: basti pensare alle trincee invase dal fango e da liquami.
La popolazione civile a un certo punto iniziò a ritenerli i portatori del morbo in valle, il Corriere Valsesiano, come si legge nel trafiletto seguente dell’ottobre 1918, cercò di smentire la relazione tra militari reduci e contagi: «Corre nel popolo la voce che la malattia epidemica in città, che peraltro va decrescendo sensibilmente, sia stata importata dai nostri soldati. La risposta più convincente viene dal fatto che neppure uno dei nostri soldati venne finora colpito dalla influenza contagiosa anzi le condizioni sanitarie dei nostri ricoverati non furono mai tanto eccellenti».
Sempre sui giornali dell’epoca si possono trovare numerose notizie e necrologi che sono capaci di ricostruire in poche righe la situazione che si stava delineando nella nostra Valle, in preda alla difficoltà di dover affrontare una pandemia dall’elevata contagiosità e gravità. Tra queste brevi notizie troviamo informazioni su persone decedute dopo essersi dedicate con altruismo alla cura del prossimo. Eroi sconosciuti di quel tempo. Nel dicembre 1918, a Riva Valdobbia: «Anche quassù la spagnola, comunissima ormai, sta bussando pressoché ad ogni porta. Già da tre settimane infierisce tra questa montanara popolazione in modo impressionante. Su una popolazione di settecento abitanti si ebbero in 15 giorni ben 11 casi letali!».
Ottobre 1919, Cellio: «La signora influenza finalmente è quasi totalmente scomparsa da questi paraggi. Vi fu un momento che impressionò veramente questa popolazione perché la maggioranza ne era affetta e non leggermente. Quello che più accasciava si era che tanto il nostro bravo medico cav. Capra, quando il farmacista signor Pozzo non erano stati risparmiati, per cui tutta la popolazione rimaneva senza cure. In seguito a domanda fatta al prefetto della provincia fu inviato il capitano medico dottor Francesco Chiappero. Questi appena arrivato non stette con le mani in mano ma instancabile percorreva queste valli da mane a sera portando ovunque il sapiente suo aiuto. Erano un centinaio gli ammalati giornalieri che gli andava saltuariamente a visitare nelle sparse frazioni, sempre accudendo di preferenza i più gravi. Il sapiente suo intervento ottenne delle prodigiose guarigioni salvando il 99% dei malati anche tra quelli affetti da gravissime polmoniti. Questa popolazione volle dimostrare la propria riconoscenza nell’offrirgli una “modesta cenetta” prima che lasciasse questi luoghi».
Dopo la prima pesante ondata di contagi avvenuta tra gli ultimi mesi del 1918 e i primi del 1919, se ne verificò una seconda nei primi mesi del 1920 con meno colpiti e con decorso meno severo. Poi finalmente la Spagnola scomparve lasciando però il posto a una epidemia di encefalite letargica originata forse dallo stesso virus.
Le autorità competenti di allora ebbero il merito di adottare con tempestività valide misure finalizzate a combattere la diffusione dell’epidemia. Leggendo si nota subito la loro spiccata somiglianza con quelli che saranno presi 100 anni dopo contro il Covid 19. Per esempio, come riportato sull’edizione del Corriere Valsesiano nell’ottobre 1918, a Borgosesia venne emanato l’avviso per la non riapertura delle scuole e degli asili per quell’anno scolastico, fino a nuovo ordine; così come a Varallo, nello stesso anno, venne cancellata la tradizionale fiera di Ognissanti.
E anche le precauzioni all’epoca consigliate per evitare di contrarre il morbo ricalcano precisamente le normative e gli accorgimenti a cui siamo stati abituati a sottostare negli ultimi mesi: dall’uso delle mascherine per evitare di venire in contatto con la saliva degli infetti, fino alla diffusione di materiale disinfettante all’ingresso di locali pubblici; sempre nell’ottobre del 1918 sul Corriere Valsesiano si legge: «Sulla malattia che si è diffusa in tutta Italia le autorità preposte alla tutela della salute pubblica hanno sentenziato trattarsi di influenza. Le misure quindi di profilassi più importanti si possono così compendiare: ridurre al minimo gli affollamenti in genere e i contatti dei sani con malati in specie (ad esempio nelle visite agli ospedali). Ai medici, agli infermieri, a chiunque assiste i malati, si raccomanda di cautelarsi contro il pericolo di inquinarsi per l’aspirazione delle particelle di saliva dei malati stessi (specialmente allorquando questi tossiscono con violenza): nella località, dove l’epidemia assuma una speciale gravità, converrà che essi portino a questo uopo una maschera di garza e qualche altro consimile mezzo di protezione. Inoltre, poiché i germi infettivi provenienti col muco o con la saliva dalla bocca dei malati o dei convalescenti rimangono vivi e virulenti per alcun tempo, si prenderanno delle misure energiche a pro della nettezza di tutti; specialmente si disinfetteranno a brevi intervalli le località di convegno e di affollamento del pubblico: le sale di cinematografi, le carrozze tranviarie, i treni ferroviari, le case operaie più popolose. Perciò sono state messe a disposizione delle autorità locali grandi quantità di materiale per la disinfezione delle carrozze tranviarie, dei carrozzoni dei treni, delle case operaie: per le sale dei cinematografi si farà in modo che provvedano i proprietari. Sono state preparate in gran numero anche delle cassette contenenti disinfettanti e medicinali in quantità tali da bastare per la disinfezione degli ambienti e per la cura dei malati. in quella località dove la epidemia si presenti, specialmente grave o diffusa le autorità sanitarie locali potranno provvedersene presso le rispettive prefetture. Così pure in tale località grazie a misure di approvvigionamenti speciali i malati potranno ricevere un nutrimento adeguatamente abbondante e sostanzioso».
Nel gennaio 1919, il nostro giornale riportava alcuni provvedimenti presi dal prefetto contro l’epidemia influenzale: «La giunta ha insistito infine sulla necessità di provvedere per una più larga ospedalizzazione degli ammalati di influenza onde impedire la formazione di focolai familiari, e sulla attuazione delle semplici norme di profilassi domestiche che si sono dimostrate di particolare efficacia per la prevenzione del morbo». Purtroppo, gli ospedali di allora non erano in grado di accogliere un elevato numero di contagiati, operando l’auspicata profilassi dell’isolamento, e così solitamente i malati restavano nelle proprie case infettando i conviventi. Oggi, a differenza del passato, possiamo fare affidamento a strumenti e tecnologie decisamente più avanzati, in grado di studiare più approfonditamente il virus e trovarne una soluzione più rapidamente. Andrà tutto bene: questo slogan molto diffuso per l’attuale Covid 19, trova conferma in quanto successo 100 anni fa. Allora i nostri nonni e bisnonni si sono trovati in una situazione peggiore di quella attuale dovendo combattere contemporaneamente contro due mali terribili: la guerra e la Spagnola.  Hanno lottato duramente, sopportato grandi sacrifici, ma alla fine hanno vinto.

Prof. Antonio Bondioli

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