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Inaugurata sabato 30 novembre la mostra fotografica: “Frammenti di Palestina” a Varallo

L'esposizione è curata da Loris Ernesto Terrafino

Sabato 30 novembre, è stata inaugurata la mostra fotografica: “Frammenti di Palestina”, curata da Loris Ernesto Terrafino, che nella scorsa primavera, con Jerusalem Varallo, ha fatto un viaggio nei territori palestinesi occupati. La mostra sarà visitabile fino a giovedì 5 dicembre.

Dopo la presentazione di Alessandro Dealberto, Assessore alla Cultura, Aristide Torri, Presidente del Consiglio di Biblioteca, Piera Mazzone, Direttore della Biblioteca, Loris Terrafino ha descritto il suo viaggio: “Preziosa opportunità offerta dall’Associazione Pax Christi di trascorrere dieci giorni nei territori occupati, vivendo nei campi e dormendo nelle tende, tra il lancio di lacrimogeni e i controlli ai chekpoint, in quella che per molti è quotidianità, ma per noi risulta perfino al limite della credibilità”.

La mostra attraverso 45 “Frammenti” racconta le emozioni di una realtà drammatica, partendo dal Campo di Haida, sorto nel 1950, dove vivono 5800 persone con dieci bagni, circondate da sei torrette militari, sorvegliate dalle onnipresenti telecamere, isolate da un muro di separazione. Deisheh: campo fondato nel 1949 per ospitare tremila persone, oggi sono tredicimila. Bansky è un artista famoso che ha decorato le mura del campo, denunciando la classe politica israeliana che costringe le persone a vivere in un modo inumano: fu ucciso nel 1987. A Nablus, ottocentomila abitanti, ci sono tre campi profughi, il simbolo è un bambino con undici capelli, come i campi profughi del Libano. La storia del villaggio di Al Walaje ruota intorno all’acqua: nel 1974 il governo israeliano si era impegnato ad acquistare l’acquedotto e a fornire l’acqua al villaggio, in realtà non fu mai pagato e non venne più consentito l’accesso all’acqua. Hebron è una città contesa, dominata dall’odio e dalla violenza. E’ l’unico posto dei territori palestinesi occupati ad avere una colonia israeliana nel centro storico della città: 600 coloni vivono nella parte alta della città, protetti da 2.000 soldati israeliani in una città di 160.000 palestinesi. Ad Hebron il conflitto ha preso la forma di una guerra tra vicini di casa dove l’obiettivo è conquistare ogni giorno un metro in più di città, tenere il nemico sotto controllo o semplicemente resistere. Sputi, calci, aggressioni, insulti fanno parte della vita quotidiana, ma anche sparatorie e uccisioni: Loris ha raccolto per strada un proiettile come testimonianza di una sparatoria in cui sono stati uccisi quattro ragazzi. Gli ultimi due giorni del viaggio sono stati trascorsi a Gerusalemme. “Dei Palestinesi mi ha colpito l’ottimismo sintetizzato nella rituale risposta a tutto quello che capita: Inshallah, se Dio vuole tutto si sistemerà. In mostra ci sono due foto che sintetizzano questa resilienza: una donna seduta sulle macerie della sua casa, e un pastore anziano con il turbante al quale per dodici volte hanno distrutto la casa, ma non si arrende”: Loris quest’estate parteciperà all’Operazione Colomba: tornerà in Palestina per occuparsi dell’animazione con i bambini nei campi profughi, quando i genitori sono incarcerati o lavorano.

Diritti negati: ne ha parlato Fratel Carlo Zacquini, missionario della Consolata in Brasile, in un Brasile, uno stato entrato negli ingranaggi perversi di una crescita economica insensata, che sta calpestando l’ambiente e l’esistenza, e la stessa sopravvivenza dei suoi popoli indigeni. «Perché – si chiede giustamente fratel Zacquini -, quando si pensa al “progresso”, non si pensa quasi mai alle terre dei latifondisti, sovente incolte, ma sempre e soltanto a quelle indigene?». L’affermazione è fondata su numeri chiari: in Brasile, circa settantamila persone sono proprietarie di 228 milioni di ettari di terre improduttive. Si cercano di camuffare gli interessi di pochi, presentandoli come questioni di interesse nazionale, di sicurezza, di progresso. Fratel Carlo, in Italia perché ha partecipato ai lavori del Sinodo Speciale per l’Amazzonia, che si è svolto tra il 5 e il 27 ottobre, ha sottolineato come Papa Francesco sia stato presente a tutte le sessioni.

Per motivi di salute Fratel Carlo risiede a Boa Vista, capitale dello stato amazzonico di Roraima, ma per tantissimi anni ha vissuto nella foresta con gli indigeni. «Pochi mesi dopo il mio arrivo in Brasile, era il primo maggio del 1965, alla foce del Rio Apiaù, ebbi la fortuna di incontrare alcuni indigeni che allora erano chiamati Vaikà. Oggi so che erano Yanomami del villaggio Yõkositheri. Fu amore a prima vista. In seguito ebbi vari contatti sempre con lo stesso gruppo, finché, per l’assentarsi del mio collega padre Giovanni Calleri, ebbi l’occasione di cominciare a vivere tra gli Yanomami del Rio Catrimani. Poco alla volta, mentre cercavo di sopravvivere in quel luogo, molte volte senza il minimo necessario, imparai una delle loro lingue e, cominciai a fare delle ricerche sulla loro cultura». Ha contribuito a creare un Centro di Documentazione della Cultura Indigena: «A Roraima, i gradini della «civiltà» sono sostanzialmente tre. Su quello più basso ci sono gli indios: erano quelli che non usano vestiti e che vivono nella foresta. Sono definiti «bravos» (selvaggi, insomma). Quelli della savana, che usano qualche capo di vestiario e a volte parlano un po’ di portoghese, sono chiamati caboclos. Gli altri sono i civilizados e hanno tutti i diritti. La Chiesa da qualche decennio ha preso decisioni forti, arrivando a parlare in maniera chiara in difesa della causa indigena”.

Fratel Carlo parla degli indigeni come fossero la sua famiglia. E certamente lo sono, ieri come oggi, quando essi sono oggetto di attacchi ancora più vergognosi del passato. Nella Costituzione del 1988 l’articolo 231 recita: «Sono riconosciuti agli indios la loro organizzazione sociale, i costumi, le lingue, credenze e tradizioni, e i diritti originari sulle terre che occupano tradizionalmente, spettando all’Unione la loro demarcazione, la protezione e il rispetto di tutti i loro beni». Oggi una parte importante dei brasiliani mal sopporta gli indigeni. «Cosa sono oggi, per il Brasile, questi popoli? La prima impressione è che loro siano di intralcio. Scomodi. O peggio. Per molti “patrioti” essi sono un disonore: “Come si può ammettere – dicono – che esistano ancora oggi dei ‘selvaggi’ nel nostro paese che sta primeggiando tra le grandi economie mondiali?”.

Nell’area degli Yanomami i primi giacimenti di oro furono trovati nei primi anni Settanta. Negli anni Ottanta i cercatori d’oro furono facilitati da un programma finanziato dal governo brasiliano che voleva avere una mappatura e un controllo del territorio amazzonico al Nord del Rio delle Amazzoni e del Rio Solimões. Si trattava del progetto “Calha Norte”. Nel 1987 ci fu una vera e propria invasione di cercatori d’oro, che provocarono livelli di mortalità altissima a causa delle malattie da loro portate. Fu un genocidio. Nel 1988 i missionari ritornarono alla Missione Catrimani, sistemarono le strutture danneggiate e fecero ripartire le attività di appoggio cercando di utilizzare uno schema diverso perché la realtà era cambiata molto nel frattempo. Iniziarono ad aiutare gli Yanomami nell’organizzazione di assemblee indigene, a preparare corsi scolastici per portare i propri giovani ad avere conoscenze sufficienti per non essere annientati dai bianchi. I leader yanomami volevano che i giovani imparassero a leggere e scrivere non per diventare bianchi, ma per difendersi dai bianchi che, ormai lo avevano capito, erano molto pericolosi per loro.

Nel 1992, anche grazie al lavoro dei missionari della Consolata, la terra yanomami viene ufficialmente riconosciuta e protetta. Si tratta però di una protezione più teorica che reale, conclude con evidente rammarico Fratel Carlo: “Centinaia, o forse migliaia di cercatori d’oro, continuano ad invadere illegalmente il territorio indigeno, a distruggere la natura, a contaminare l’acqua con il mercurio, a causare epidemie e danni irreparabili alla cultura yanomami».

Al termine dell’incontro Don Roberto Collarini, Prevosto di Varallo, che per dieci anni è stato missionario in Ciad ed è appena tornato da un pellegrinaggio in Terrasanta, ha invitato tutti a farsi corresponsabili di quanto avviene in quei paesi dove da oltre settant’anni non c’è pace: “Le armi vengono per la maggior parte dall’Italia: per guadagnare si costruiscono armi e vengono vendute. Dobbiamo insieme riflettere, ricordando che il sonno della ragione genera mostri: ogni giorno nei nostri cuori nascono piccoli muri”.

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