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A Micol e Margherita il Premio Giovanni Turcotti 2019

La cerimonia di consegna sabato 5 ottobre nel salone d’onore di Palazzo dei Musei

Un bel pomeriggio, piacevole, quello trascorso nel salone d’onore di Palazzo dei Musei a Varallo sabato scorso. Piacevole anche l’occasione di trovarsi lì: la consegna del Premio Giovanni Turcotti, ottava edizione, a due allieve che all’Istituto Superiore d’Adda hanno concluso i cinque anni del Classico nello scorso luglio e che hanno da poco iniziato un nuovo percorso di studi.
Mario Remogna, presidente della Società d’Incoraggiamento, ha definito il salone «un luogo della cultura, anche per il futuro»: quindi, uno spazio assolutamente adatto a premiare due giovani studentesse.
I saluti, poi, del prof. Massimo Bonola, insegnante all’istituto superiore varallese, e un breve intervento di Manuel Filisetti, direttore dell’orchestra «Giulia Bracchi» del d’Adda che proprio quest’anno festeggia il decennale di attività. Dietro al maestro, i suoi ragazzi, i musicisti: da chi aveva cominciato dieci anni fa ai nuovi ingressi (Gemma, al violino): «Ho cercato di radunare il maggior numero possibile di ex allevi, alcuni sono riusciti a esserci, altri invece non hanno potuto raggiungerci, perché impegnati non solo in Italia ma anche all’estero: a conferma che l’intelligenza e la cultura di questa nostra terra fanno scuola, e non solo a livello nazionale».
«E la prima edizione del Premio» ha detto Marinella Mazzone vedova Turcotti «era stato vinto da questa splendida orchestra, della quale oggi celebriamo il decennale: mi piacciono gli anniversari, sono un modo per tenere viva la memoria».
La «parola» è poi passata al maestro Filisetti e alla sua «squadra»: un concerto bellissimo, a tratti anche commovente perché è stato facile, credo per molti, lasciarsi trasportare dalle note sull’onda dei ricordi. Grazie, orchestra «Giulia Bracchi», per questo prezioso e affettuoso momento musicale, che anch’io ho apprezzato davvero molto e che ha contribuito, insieme a tutto il resto, a farmi tornare a quegli anni meravigliosi della scuola, al «mio» liceo d’Adda, ai «miei» compagni, al «mio» prof. Turcotti, che in prima (liceo: io continuo a fare la distinzione con il ginnasio) voleva (e con giuste motivazioni!) rimandarmi in storia: poi un colpo di coda finale ed ero riuscita a riprendermi e a meritarmi quel 6 che mi aveva evitato di passare l’estate sul Salvadori-Comba-Ricuperati.
Tra un tempo e l’altro delle esibizioni, la consegna del riconoscimento: «Questo Premio» ha detto Marinella Mazzone «è stato voluto per valorizzare quei ragazzi che, certamente, ottengono buoni risultati a scuola ma che pure coltivano con entusiasmo e passione altri interessi, quelli che Giovanni amava: la musica, appunto, il teatro, la poesia, la montagna, lo sport, la solidarietà».
Micol Sacchi, ora iscritta al corso di Fotografia e Video di scena all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano, e Margherita Stefanuto, che lunedì ha iniziato la sua avventura al DAMS (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo) di Torino, possiedono tutti i requisiti per meritarsi il Premio Turcotti: a loro anche le congratulazioni della prof. Paola Vicario, nuova preside del «d’Adda» alla sua prima uscita ufficiale.
Infine, ancora un piccolo riconoscimento, una «sorpresa» in chiusura di pomeriggio. L’orchestra del «d’Adda» è attiva da dieci anni. Da quando, cioè, ds il prof. Mauro Agarla, un certo numero di allievi si era presentato in presidenza per chiedere l’autorizzazione a formare un gruppo musicale. Agarla in quel progetto aveva creduto subito: non soltanto era arrivato il permesso, ma anche, ogni anno, l’incoraggiamento a continuare, a proseguire su quella via, per facilitare la quale lo stesso preside Agarla aveva cercato e trovati gli spazi, previsto migliorie ai locali, caldeggiato l’adesione di nuovi giovani talenti di quella bellissima scuola. Che è bellissima da tanti anni, da tempo pressoché immemorabile. E quando sabato pomeriggio si è anche parlato del Gabbia-no, il giornalino d’istituto, eccola, la botta di nostalgia che mi piglia sempre ricordando i tempi del Classico. Quel nome lì, Gabbia-no, gliel’avevamo dato noi, insieme al prof. Turcotti. Ci scrivevo anch’io. Resoconti sportivi: dalle pessime figure collezionate dai miei compagni di classe nelle eterne sfide calcistiche contro i pari età, cugini della vicina Ragioneria (bene che andasse, i «Classici» prendevano 6/7/8 goal senza segnarne manco uno e uscivano distrutti dal campo di gioco), alle trasferte alquanto pellegrine a Vercelli, per le fasi provinciali di atletica: ricordo come fosse adesso un lancio del disco, attrezzo che mi finì quasi sui piedi: le ore di educazione fisica nelle quali avrei dovuto perlomeno provare una disciplina a me del tutto ignota erano state fagocitate da quelle di fisica (ma si capiva, era una delle materie uscite alla maturità), alle indimenticabili «Giornate sulla neve» a Mera, sensazionale valvola di sfogo preventiva alle ore di greco e chimica e matematica del giorno dopo. E anche qualche poesia. Il Giovanni faceva naturalmente parte della redazione, del Gabbia-no. Un giorno, durante l’intervallo mi chiama e mi prende da parte, furioso: «Oh Luisa, queste poesie scritte a penna che mi hai dato perché siano pubblicate, la punteggiatura, c’è o non c’è? Perché non si capisce, hai fatto un pasticcio! Guarda che i punti, le virgole, il punto e virgola, anche in poesia devi pensare se e dove metterli, hanno il loro peso!». Avevo riscritto, meglio, più leggibile. Però il Giovanni aveva ragione: sulla punteggiatura non si transige. Lo so. E se mi ricordo così bene quell’episodio, vuol dire che nel tempo m’è servito a imparare.
Grazie. Grazie per questo graditissimo pomeriggio di cose belle e nuove e di ricordi, altrettanto belli e importanti. All’orchestra, per aver così bene veicolato l’idea che studiare e coltivare le proprie passioni, insieme nello stesso tempo, si può, e pure con ottimi risultati. Grazie a Marinella per l’ospitalità. Grazie a Micol e Margherita e agli studenti di allora e di oggi che, tutti, hanno contribuito, continuando a farlo, a rendere il «d’Adda» la scuola che è. E grazie al Giovanni: in fondo questi ricordi li devo anche a lui.

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